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Non si sognano, si lavorano i sogni.

E’ accaduto qualcosa che ha dell’incredibile.

I miei #pensieriinaria sono stati cantati da artisti che ho sempre ammirato: Max Gazzè e Daniele Silvestri.

Ma come ci sono finita IO in mezzo a questi nomi? 

Sì, mi piace scrivere, e in realtà mi serve/salva, in alcuni momenti anche più della pittura.

Scrivo sempre in un alfabeto mio, fatto di grafemi che ho inventato circa venticinque anni fa e sostituiscono l’alfabeto italiano.

Questo perché ho riempito diari per decenni, quotidianamente, di pensieri che volevo non potesse leggere nessuno.

Poi di alcuni pensieri ho affinato il suono delle parole, ho curato le immagini, ho ricercato i termini più esatti, quasi a prepararli per occhi altrui. 

Ad un certo punto ho fantasticato in grande: mi piacerebbe diventassero canzoni, un giorno.

Pazza! 

Perché per fare un quadro, so da cosa partire, per fare una canzone, assolutamente no.

Così mi sono rivolta a “generatori di meraviglia” per cui nutro immensa stima, qualche musicista, qualche autore,

dicendo: “ho queste parole, ho solo parole, riesci a vederci una canzone?”

Beh, mi ha detto di sì Francesco Gazzè. 

Un poeta, vero, non per dire.

Di solito viene usato come complimento questo sostantivo, ma Francesco lo è a tutti gli effetti, oltre che autore.

Ora potete capire perché non si contano le volte che ho riletto la mail in cui mi diceva che trovava interessante ciò che avevo scritto.

Lavoravo ancora in ufficio.

Ero insoddisfatta.

Portavo con me in metro, nel tragitto, booklet di cd, ne leggevo i testi, poi i nomi dietro quei testi,

cercavo di immaginare se la musica aveva portato a quelle parole, o viceversa.

Oppure, leggendo, riscrivevo le parole più belle dei libri sulla prima pagina, 

come se fossero un distillato da usare per ispirarmi e da cui attingere all’occorrenza, per creare la rima giusta,

mentre arrivavo a Porta Genova.

Le cose scritte in metropolitana sono state preziosissime, quanto storte e tremolanti, per l’andamento dei vagoni.

Avevano il gusto della boccata d’aria, nonostante fossi in un tunnel sotto terra. Assurdo il potere delle parole belle.

Erano i miei momenti di creatività rubati ad una routine in cui non erano previsti, se non in ufficio, abbastanza a comando.

Mi sembrava di nuotare nel cemento fresco, ma poi riaprivo la mail ed ero improvvisamente a galla 

al centro di qualche atollo ( che non ho mai visto, se non grazie a quella mail).

Così, complice la metropolitana e i weekend, raggruppavo parole da inviare a Francesco, periodicamente.

E’ passato un bel po’ di tempo. Non prendo più la metro tutte le mattine e tutte le sante sere per andare e tornare dall’ufficio.

Ho scelto di saltare nel vuoto, certa che l’arte mi avrebbe fatta atterrare sul morbido. Mi sono fidata.

Ora dipingo tutti i giorni. Scrivo quando voglio.

Ora sono sempre nel centro esatto di quell’atollo, a fare i tuffi più sgraziati e goffi di cui si è capaci da felici.

E nel frattempo Francesco ha fatto con le mie parole quello che un giocoliere fa con i birilli.

A saperle nelle sue mani, ho sempre avuto la sensazione che stessero ancor meglio che nelle mie.

Ed era vero, ma non pensavo fino a questo punto.

Il brano “Figlia“, che con una sua frase ha dato anche il titolo all’album “LA MATEMATICA DEI RAMI“,

è nato da birilli che volteggiano a mezz’aria, tra Porta Genova e una laguna turchese con la sabbia bianca.

-Aria-

Ascolta figlia su youtube…

 

Annamaria Carelli
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